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Il senso del limite non nasce con l’essere umano.

Quando siamo piccoli, ad esempio, disegniamo le figure – dei nostri amici e parenti, ma soprattutto noi stessi – molto più grandi di quanto siano in realtà: è l’egocentrismo.
Poi cresciamo e ci rendiamo conto del limite, della nostra finitezza, della reale misura che abbiamo rispetto al mondo: è il realismo.
Addirittura poi qualcuno studia e prende coscienza del fatto che il nostro posto nel mondo e nell’universo è benché mai insignificante, praticamente nullo, e che il nostro modo di guardarlo è frutto di un’umanizzazione forzata: è il nichilismo. 
Ciononostante, tendiamo all’infinito, anche se non dovremmo.
Ancora una volta, non dico niente di nuovo; ripeto.
Questa consapevolezza dovrebbe far nascere un senso di ribalta, se non di sfida, verso il mondo circostante, ma bisogna sempre fare i conti con diversi fattori opposti, primo fra tutti il dato di realtà.

Nella vita c’è chi tende a superare il limite senza rendersi conto dei propri (e questi sono i folli, gli artisti, i poeti).
C’è anche chi si sente troppo basso e schiacciato dalla vita; questi è inamovibile: resterà a guardare il proprio limite senza provare a superarlo (sono i cosiddetti normali).
Poi c’è chi, forte di questa debolezza, si diverte a ricordarti il tuo limite, nella certezza che tanto un giorno dovrai morire e via discorrendo (e questi sono gli ecclesiasti, i grigi ragionieri dello spirito, i religiosi in genere).

Io non amo chi si butta decidendo di portarsi dietro chi ha attorno, ma deploro allo stesso tempo chi non riesce a concepire il fascino del vuoto (chiamatemi pure moderato, per questo). Apprezzo invece chi, conscio del proprio limite, continua a saltare, imperterrito.