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E non so se fosse più patetico o più felice. Fatto sta che sorrideva.
Gl’occhi gli brillavano, mentre mandava giù l’ultimo shot di whisky (l’ultimo di una lunga serie). Le pessime abitudini son dure a morire. Un cuore troppo grande, una sensibilità fuori dal comune, avevan fatto il resto.
Studiare? Non ci pensava neanche. Studiare era l’ultimo motivo per cui era venuto a vivere in questa città. Bologna gli piaceva o, più che altro, lo sorprendeva sempre. Le cose qui accadevano, dopo tutto.
Se aveva voglia, poteva stare delle ore a parlare del niente insieme ad altri, compagni di sventure altrettanto indifferenti al tempo e alle sue leggi.
I rumori della strada lo distraevano sovente. In testa aveva lei, ma beveva. Non per dimenticarla, quello era impossibile. Forse solamente perché aveva imparato ad accontentarsi. “Per troppa timidezza”, si giustificava a volte.
Trovava un po’ ridicoli e fuori luogo tutti quelli che desiderano ardentemente qualcosa e si ammalano per raggiungerla. Come si battono il petto, per difendere ciò che amano.
C’era chi si ammalava per questioni di cuore, chi per questioni di salute e chi per i soldi. I primi due, tempo e scienza permettendo, potevano guarire; il terzo, invece, era già spacciato.
Li guardava, ripensando alla sua scelta. Lui aveva deciso; aveva deciso di non decidere. Mandava giù un altro sorso. Brindando all’ambizione.

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Ecco il problema di chi beve, pensai, versandomi da bere. Se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare; e se non succede niente si beve per far succedere qualcosa.
Charles Bukowsky, Women